L’analisi del prof. Dario Frisio, docente di Economia agraria presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano
La mia valutazione sull’andamento del settore cerealicolo è che la situazione vada male. Le scelte sbagliate degli ultimi decenni hanno sistematicamente bloccato l’innovazione, aggravando condizioni strutturali che andrebbero invece affrontate con una visione del tutto nuova. La dimensione media delle nostre aziende è troppo piccola per avere accesso ai vantaggi derivanti dall’Information Technology e dall’agricoltura di precisione. Nelle realtà delle nostre dimensioni, la gestione dei dati è un’operazione quasi impossibile, essendo già un processo complesso nelle grandi aziende americane. Per superare questo limite strutturale, gli strumenti tradizionali come le cooperative e l’associazionismo risultano ormai troppo rigidi e stringenti. Bisognerebbe rilanciare con molta più forza le reti d’impresa, poiché queste permettono di mantenere l’autonomia delle singole aziende pur confluendo verso un obiettivo comune, come la gestione condivisa dei dati o l’utilizzo dei droni. Serve un vero cambiamento di mentalità, e questa è una responsabilità che ricade equamente sia sul governo sia sul mondo agricolo.
Ma l’errore in assoluto più grave è stato fatto bloccando l’innovazione sul fronte del miglioramento genetico. I dati del mais parlano chiaro: negli ultimi quindici anni abbiamo dimezzato le superfici coltivate e le produzioni. Le nostre rese, analogamente a quelle francesi, sono soggette a un’alternanza estrema, con variazioni annuali pazzesche e una crescita media che risulta quasi nulla. Il confronto con la Spagna è impietoso: se nel 1996 gli agricoltori spagnoli producevano 15-20 quintali per ha in meno rispetto a noi, oggi ne producono 15-20 in più, con un andamento di crescita lineare e senza oscillazioni. Loro hanno operato una scelta a favore della tecnologia, consapevoli che una pianta sana resiste meglio alle condizioni climatiche sfavorevoli. Calcolatrice alla mano, se le nostre rese fossero cresciute in modo analogo a quelle spagnole, ai prezzi medi dello scorso anno i nostri maiscoltori avrebbero intascato 700-800 euro in più per ha, restando in attivo. Questa rinuncia ideologica alla tecnologia ha creato un danno economico enorme alla filiera.
Un discorso identico si applica al frumento. Mentre parti rilevanti del nostro Paese muoiono letteralmente di sete a causa della siccità, in Argentina e in Brasile si coltivano già varietà di frumento resistenti agli stress idrici, come l’HB4, in cui è stato inserito un gene del girasole. Permettersi il lusso di non volerle nemmeno sperimentare è un vero e proprio suicidio economico. Sul grano duro, inoltre, scontiamo l’eterna questione della mancanza di autosufficienza. Ci limitiamo a fare campagne nazionalistiche per motivare il pubblico, ma la realtà dei fatti è che non produciamo abbastanza e non garantiamo all’industria l’elevato contenuto proteico di cui ha bisogno. L’importazione da Canada, Stati Uniti e Australia è perciò assolutamente necessaria sia in termini quantitativi che qualitativi. Bisognerebbe piuttosto organizzare i produttori in modo serio e investire maggiori risorse nella ricerca varietale.
Sul fronte del mercato, pur essendo io tendenzialmente un liberista, credo nella necessità di una sorveglianza, ma sono anche convinto che tutto ciò che interferisce troppo con i mercati crei più problemi che benefici. In quest’ottica, la Cun (Commissione unica nazionale) mi sembra il solito specchietto per le allodole; è stata caricata di attese che non è in grado di soddisfare, perché non è da lì che passa la soluzione ai problemi strutturali della cerealicoltura. Il nostro sistema di rilevazione dei prezzi è a dir poco barocco: le commissioni si riuniscono a fine seduta e decidono le quotazioni senza sapere assolutamente quali volumi siano stati effettivamente commerciati, restituendo una trasparenza pari a zero.
Anche nei confronti della tanto celebrata “dop economy” serve un’analisi più critica e attenta. Analizzando la serie storica degli ultimi dieci anni, emerge chiaramente che la crescita del valore della produzione è data quasi esclusivamente dall’effetto prezzo, mentre i volumi non crescono affatto. Inoltre, il mercato si regge essenzialmente su 4 o 5 prodotti che coprono la quasi totalità dell’export. Se continuiamo a ostacolare la zootecnia, o non garantiamo la materia prima, non so come potremo continuare a produrre eccellenze come il Prosciutto di Parma o di San Daniele.
Infine, guardando alle TEA (tecnologie di evoluzione assistita), il rischio concreto è quello di una vittoria di Pirro. Il regolamento europeo è pieno di insidie e di step di revisione che potrebbero far saltare tutto alla prima protesta di piazza degli ambientalisti. Dovremmo avere il coraggio di dire ad alta voce che trasferire un gene del girasole nel frumento per renderlo resistente alla siccità non è affatto pericoloso, specialmente se consideriamo che da anni coltiviamo senza alcun problema il triticale, che in natura rappresenta una vera e propria aberrazione genetica. Fortunatamente i giovani sono molto più recettivi su queste tematiche; capiscono perfettamente che investire nelle economie di scala e nell’innovazione scientifica rappresenta ormai l’unica via di salvezza per il settore.
L’analisi del prof. Amedeo Reyneri, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino
Dobbiamo circostanziare l’analisi ai principali cereali, ragionando coltura per coltura perché le situazioni sono estremamente diverse.
Per quanto riguarda i cereali vernini (grano duro e tenero) già raccolti, la criticità principale è legata al basso prezzo.
Il grano duro sconta un problema di accesso al mercato e una qualità media italiana che sta diventando inadeguata. Abbiamo contenuti proteici spesso bassi, penalizzati da un inverno umido al Centro-Sud e dall’alto costo dei concimi azotati, fortemente influenzato dalla crisi logistica dello stretto di Hormuz.
Il grano tenero si sta leggermente sollevando rispetto alle tensioni nel Mar Nero, ma i prezzi restano bassi da diversi anni. Per i cereali vernini, di fronte a un aumento generalizzato delle temperature, la soluzione agronomica principale è la precocità. Anticipare il ciclo della pianta permette infatti di sfuggire alla cosiddetta “stretta”, ovvero il rapido disseccamento della coltura dovuto ai picchi di calore tardo-primaverili, che bloccando il ciclo vitale impediscono al chicco di riempirsi e maturare correttamente. Nel frumento tenero, il miglioramento genetico ha già garantito ibridi produttivi e precoci.
Nel grano duro, invece, la base genetica di partenza è molto più omogenea: essendoci minore variabilità naturale tra le varietà coltivate, è molto più complesso e lungo per i ricercatori individuare e incrociare i tratti genetici necessari a riacquistare questa precocità.
Tuttavia, il punto critico oggi è il mais, che manifesta i problemi strutturali più gravi. Fino a 15 anni fa, la coltura godeva di un aiuto accoppiato che ne manteneva alta la competitività; venuta meno questa Misura, la redditività è risultata molto meno sostenuta. Di conseguenza, la superficie destinata a mais da granella si è dimezzata negli ultimi 18 anni. Il problema non è nel prezzo, attualmente pari a quello del grano panificabile a fronte di una forte domanda, ma in due aspetti. Il primo è la forte competizione esercitata dagli impieghi energetici (biogas e biodigestori), che richiedono enormi volumi di mais trinciato erodendo le superfici a granella. Il secondo è legato agli andamenti meteorologici severi.
Le colture estive pagano il prezzo più alto per l’irregolarità delle precipitazioni e il riscaldamento. Quest’anno le stime indicano riduzioni di resa importanti. I mais in coltura asciutta (non irrigua) sono in buona parte perduti, salvo in alcune strette fasce pedemontane piovose. Nei bacini irrigui, i danni fisiologici sono evidenti. Da una parte, i turni irrigui convenzionali sono risultati troppo distanti tra loro, mandando le piante in grave stress idrico. Dall’altra, le temperature straordinarie e anomale sono arrivate già prima del solstizio d’estate (21 giugno), colpendo la coltura con ondate di calore estreme in una fase fenologica delicatissima. Questo anticipo termico ha vanificato persino l’efficacia degli ibridi precoci, causando una cattiva granigione e veri e propri aborti fiorali: ci troviamo con campi esteticamente vigorosi ma con spighe vuote e produzioni decisamente inferiori alle attese.
Dal punto di vista sanitario, l’allerta per la contaminazione da micotossine (aflatossine) è altissima e impone rigore nella selezione dei lotti conformi ai limiti europei.
Contro queste temperature abbiamo pochissimi strumenti agronomici. È fondamentale ridurre il danno attraverso una migliore irrigazione, il che implica rivedere l’organizzazione dei consorzi irrigui, proporre nuovi invasi per garantire la disponibilità idrica e adottare tecniche irrigue ad alta efficienza, operazioni che richiedono investimenti cospicui.
Rimane centrale l’investimento nell’innovazione genetica. È positivo che le TEA (tecnologie di evoluzione assistita) siano state sdoganate, pur dopo un iter lunghissimo e complicato, ma per vedere risultati occorreranno anni.
In questo contesto emerge un paradosso: il mais non è stato considerato tra le colture da proporre per i contributi di ricerca TEA, preferendo finanziare studi su altre colture, come la canapa, tutto sommato marginali.
Si è escluso il mais dalla ricerca nazionale perché si ritiene che già goda di un solido “miglioramento genetico internazionale” portato avanti dalle multinazionali sementiere.
Si tratta di una scelta di orientamento politico che non tiene conto delle reali esigenze del settore maidicolo italiano, che avrebbe invece urgente bisogno di collaborare con le società sementiere internazionali per migliorare e adattare gli ibridi ai nostri territori.
L’analisi di Cesare Soldi, presidente dell’Associazione maiscoltori italiani e segretario generale della Confederazione europea dei produttori di mais (CEPM)
La campagna maidicola in corso si è aperta con una contrazione delle superfici seminate a livello nazionale stimata intorno al 5%. A questo dato di partenza si sommano le pesanti criticità agronomiche affrontate durante la stagione, segnata da un sensibile aumento dei costi di produzione – dal gasolio ai fertilizzanti, fino ai rincari energetici per le reti di irrigazione – e da forti stress termici e idrici. Le elevate temperature e la siccità hanno colpito l’intero bacino della Pianura Padana, con particolare gravità in Emilia-Romagna, dove le difficoltà di irrigazione hanno compromesso lo sviluppo colturale. Le prime stime previsionali indicano una potenziale flessione della produzione nazionale vicina al 10%. Le fasi finali di maturazione saranno determinanti non solo per definire le rese quantitative, ma anche per la sanità del prodotto, considerando il rischio ricorrente di sviluppo di aflatossine legato allo stress climatico.
Non si tratta tuttavia di una congiuntura sfavorevole passeggera, ma dell’espressione di una crisi strutturale profonda. Negli ultimi anni il settore maidicolo italiano ha visto dimezzare sia le superfici coltivate che i volumi produttivi, penalizzato da precise scelte politiche pregresse e da un mercato globale complesso. Pur restando un pilastro dell’economia agricola, con un impatto vitale sulla zootecnia, sulla produzione alimentare e su quella energetica, il comparto necessita di una visione dedicata. A differenza di altre cerealicolture caratterizzate da filiere corte e tracciabili, come quella del grano duro per la pasta, il mais sconta le dinamiche di una filiera lunga e frammentata, che spazia dal trinciato alla granella, fino alla trasformazione zootecnica.
Per invertire questa tendenza e rilanciare il settore, il futuro Piano Mais dovrò articolarsi su quattro priorità di intervento. Il primo passo è il potenziamento dei contratti di filiera, che richiede l’eliminazione dei vincoli attuali: il limite del regime de minimis, la soglia massima dei 50 ha e l’obbligo della superficie incrementale. Il secondo asse strategico prevede l’introduzione di un sostegno accoppiato specifico per il mais da granella, uno strumento mai attivato in precedenza, che potrebbe essere vincolato proprio alla sottoscrizione dei contratti di filiera per massimizzarne l’efficacia.
La terza proposta, dal forte impatto commerciale, riguarda l’istituzione di un “Fondo di filiera dop”. L’obiettivo è trasformare il mais da semplice commodity a prodotto valorizzato, prevedendo incentivi economici – tramite accordi triennali e disciplinari specifici sviluppati in sinergia con i consorzi di tutela – per gli agricoltori che destinano le proprie produzioni ad alimentare le grandi filiere zootecniche d’eccellenza italiane. Infine, risulta cruciale il sostegno all’innovazione genetica e agronomica. Accanto al miglioramento varietale tradizionale, è necessario puntare sulle nuove tecniche genomiche per ottimizzare le risorse produttive, aumentare la resistenza delle piante agli stress climatici e ridurre l’impatto ambientale delle coltivazioni.
Queste dinamiche di adattamento non riguardano più esclusivamente l’Italia. Il cambiamento climatico sta imponendo sfide analoghe anche a competitor storicamente meno esposti, come la Polonia e i Paesi dell’Est Europa, che oggi registrano crescenti criticità legate alla siccità e alla gestione delle micotossine; fattori che, inevitabilmente, influiranno sui bilanci produttivi continentali e sulla volatilità dei mercati nei prossimi mesi.
Gaetano Menna



