La Commissione unica nazionale non nasce per tutelare il reddito agricolo, non nasce per garantire prezzi remunerativi e non nasce per correggere il mercato. La sua funzione è formulare in maniera trasparente le tendenze di mercato e i relativi prezzi indicativi del grano duro attraverso il confronto tra le parti della filiera. Basterebbe leggere questi passaggi del decreto istitutivo per capire che il problema non è tanto lo strumento Cun, quanto piuttosto le aspettative (o le illusioni) che qualcuno ha costruito intorno a esso.
La Cun, infatti, non può imporre prezzi minimi, non può obbligare qualcuno a comprare sopra i costi di produzione e non può trasformare un mercato debole in un mercato forte.

Può soltanto rilevare il mercato in maniera trasparente e nazionale. Eppure, in questi mesi si è diffusa l’idea (errata) secondo cui la Cun sarebbe stata la soluzione ai problemi del grano duro italiano e avrebbe addirittura riequilibrato automaticamente i rapporti di forza nella filiera.
Per questo è bene chiarire un punto: chi oggi sostiene che «la Cun fotografa il mercato anziché correggerlo» sta contestando alla Cun di fare esattamente ciò per cui è stata creata. Questo non significa sminuire o ignorare il dramma economico di molti cerealicoltori, soprattutto nelle aree interne del Centro-Sud dove produrre grano duro con rese basse sta diventando sempre meno sostenibile.
Il problema esiste ed è reale, ma affrontarlo richiede serietà. Inizialmente si era ritenuto che l’etichettatura della pasta, in vigore dal 2016 per distinguere il grano italiano, avrebbe risolto il problema del prezzo.
Successivamente si è puntato sul monitoraggio delle importazioni con «Granaio Italia». Tuttavia, nessuna di queste misure ha risolto la questione del prezzo del grano italiano. Successivamente tutta l’attenzione si è spostata sulla Cun, tanto che oggi, dopo poche settimane dal suo avvio, la Commissione è sul banco degli imputati per la questione prezzo.
Il teorema della ragnatela
Il grano duro è una commodity globale soggetta a forti oscillazioni. Da decenni il mercato segue dinamiche quasi perfettamente riconducibili al cosiddetto «teorema della ragnatela»: i prezzi alti generano l’aumento delle superfici coltivate, con un conseguente aumento dell’offerta e il crollo delle quotazioni; il crollo riduce le semine e la riduzione della produzione fa risalire i prezzi. E il ciclo ricomincia. L’Italia, però, una strada per rafforzarsi ce l’ha: organizzare realmente la filiera, ovvero aggregare l’offerta attraverso cooperative e Op capaci di avere massa critica, puntando sullo stoccaggio differenziato e sulla valorizzazione di qualità e proteine del grano. Andando, inoltre, a costruire contratti di filiera veri e a superare la logica della vendita individuale immediata al raccolto. Programmare, differenziare, concentrare l’offerta e organizzare la filiera può migliorare il prezzo riconosciuto al produttore anche di 10-50 euro a tonnellata, per un aumento di prezzo stimabile tra il 5% e il 20%. Ma anche in questo modo la volatilità del mercato mondiale continuerà a esistere.
Il futuro delle Cun
Al netto di queste considerazioni, il sistema delle Cun è destinato a evolversi ulteriormente grazie a una norma della senatrice Maria Nocco (FdI), per mezzo della quale le Commissioni potranno utilizzare direttamente i dati delle fatture elettroniche relative ai prodotti oggetto di rilevazione. In questo modo, i dati relativi alle transazioni (quantità, unità di misura e prezzi) verranno trasmessi in forma aggregata e anonima direttamente alle segreterie tecniche delle Cun tramite la Bmti, così da avere rilevazioni sempre più reali e oggettive. Proprio questa evoluzione conferma un punto centrale: la Cun serve a rendere il mercato più trasparente, non a determinare artificialmente il prezzo del grano. Ne consegue che gli agricoltori, più che dalla Cun, sono stati traditi da chi ha fatto credere loro che bastasse una Commissione per risolvere problemi strutturali radicati da decenni.
di Giuseppe L’Abbate
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