La competitività del vino è la più alta nell’agroalimentare

La filiera agroalimentare considerata nel suo complesso (dalla produzione agricola alla distribuzione e ristorazione) attiva il 10% del pil italiano, coinvolge oltre 1,3 milioni di imprese e dà lavoro a 3,4 milioni di persone, vale a dire il 14% degli occupati del nostro Paese.

L’ultimo biennio ha peraltro dimostrato come – chi più chi meno – le imprese agroalimentari italiane siano riuscite a incrementare le proprie quote di mercato in giro per il mondo. In questo contesto, il vino italiano ha visto ridursi dapprima il proprio export di circa il 2% nel 2020 per poi rimbalzare e andare oltre il livello del 2019 nell’anno appena terminato, arrivando al record storico dei 7,14 miliardi di euro, a dimostrazione sia di un’importante resilienza che di competitività espressa dai produttori vinicoli del Belpaese. Tuttavia, dato che non occorre mai cullarsi sugli allori, è fondamentale comprendere gli ambiti di miglioramento di tale competitività, soprattutto in una logica di confronto con chi è più bravo di noi.

Indicatore per la misura della competitività aziendale

Ed è per tale motivo che Nomisma, in partnership con Unicredit, ha realizzato un indicatore (l’Agri4Index) in grado di riassumere competitività e strategicità delle diverse filiere agroalimentari italiane sia nel contesto del settore a livello nazionale (cioè tra le differenti filiere), sia nei confronti delle medesime filiere in ambito europeo, con un’ulteriore declinazione a livello regionale. Per arrivare a definire il punteggio delle singole filiere, Nomisma ha analizzato oltre 60 indicatori raggruppati in 4 domini, di cui 2 in grado di esprimere la strategicità della filiera per l’economia agroalimentare nazionale (struttura e produzione) e 2 collegati più direttamente a quella competitività già più volte accennata (mercato e performance economico-finanziarie).

Dalla prima analisi di benchmark (tra le nove filiere in ambito nazionale) quella del vino ha evidenziato lo score più alto, seguita dalla lattiero-casearia e da quella pastaria. Al contrario, in fondo alla classifica si sono posizionate quella mangimistica e delle carni bovine. Focalizzando quindi l’attenzione sul vino, l’ulteriore passaggio è stato quello di declinare tale indicatore a livello di cluster territoriali.

Rispetto a un Agri-4Index pari a 68 per la filiera vitivinicola nazionale, il Veneto primeggia con uno score pari a 89, seguito da Toscana e Trentino-Alto Adige (entrambi con indice pari a 77), Piemonte e Sicilia sopra la media mentre la filiera abruzzese appare distaccata di diverse lunghezze (score pari a 62). Infine, si è proceduto con una comparazione tra le omologhe filiere europee. Risultato: rispetto allo score di 68 espresso dall’Italia, la Francia ci guarda dall’alto del suo 73, mentre la Spagna ci segue a distanza con un indice pari a 48. Per capire meglio da cosa dipende tale ranking, è utile evidenziare alcune differenze insite nella struttura produttiva, commerciale e nelle relative performance di mercato.

Innanzitutto, dal confronto emerge una rilevante frammentazione della viticoltura italiana che mostra come la media degli ettari vitati per azienda sia di poco superiore a 7 quando in Spagna è praticamente doppia mentre in Francia si avvicina a 17 ettari. Sul fronte del fatturato medio delle imprese vinicole, l’Italia sconta un ulteriore ritardo rispetto ai francesi: 6 milioni contro 11,4 milioni di euro.

 

Tratto dall’articolo pubblicato su Vite&Vino n. 1/2022
L’export delle imprese risente della polverizzazione
di D. Pantini
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