L’olio miscelato non è più extravergine

L’olio ottenuto dalla miscelazione dell’olio extravergine con l’olio di oliva vergine non potrà più avere sull’etichetta la denominazione «extravergine», ma dovrà essere classificato «olio vergine di oliva».
La novità è contenuta in una circolare interdipartimentale del Masaf ed è finalizzata a «tutelare la qualità dell’olio che viene commercializzato in Italia», ma anche a «garantire la trasparenza del mercato e il diritto dei consumatori a un’informazione corretta e veritiera».
L’olio già confezionato, ottenuto dalla miscelazione e dichiarato extravergine, potrà essere posto in commercio fino all’esaurimento delle scorte, mentre l’olio miscelato sfuso dovrà essere riclassificato come «olio di oliva vergine».

Francesco Lollobrigida, ministro dell’agricoltura

«Potrà essere etichettato come evo solo l’olio di oliva di categoria superiore», ha spiegato il ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, ad avviso del quale «dare queste regole stringenti, aumentare i controlli, assicurarsi che ciò che viene chiamato olio evo italiano lo sia davvero è una garanzia per la salute, il benessere dei cittadini e il lavoro dei nostri agricoltori».

La necessità di un intervento UE…

A questo punto, però, sarebbe auspicabile un intervento nel merito direttamente da Bruxelles, come peraltro richiesto dalla Corte dei conti europea, che nella Relazione speciale 1/2026 ha segnalato la «mancanza di chiarimenti od orientamenti da parte della Commissione in merito alla facoltà di miscelare oli di oliva extravergini con oli d’oliva vergini vendendoli come olio extravergine»; la Corte Ue, inoltre, ha evidenziato che «l’attuale quadro giuridico non è sufficientemente chiaro, in quanto gli Stati membri hanno talvolta interpretato le norme dell’UE in modo diverso».

…e la discrasia con gli altri Paesi

Proprio la degradazione del prodotto, e quindi la qualità, è il nodo centrale intorno al quale si sviluppa l’intervento normativo del Masaf, che va di fatto a ribaltare i contenuti di una nota dell’Icqrf risalente al 2002 (poi confermata dalla Dg Agri della Commissione europea), con cui il Ministero stabiliva la liceità della miscelazione a patto che il prodotto finale rispettasse «tutti i parametri chimici, fisici e organolettici previsti».
Ora, con lo stop alla denominazione «extravergine» sulle etichette degli oli miscelati, se da una parte si va a tutelare la qualità del prodotto italiano, dall’altra si rischia non soltanto di non incidere sulle dinamiche di mercato, ma anche e soprattutto di creare una pericolosa discrasia tra le regole nazionali e quelle applicate in altri Paesi produttori di olio, con un possibile svantaggio competitivo non indifferente.
E questo in ragione del fatto che in Italia potranno comunque continuare a essere importati (e venduti) oli extravergine miscelati prodotti in altri Paesi.

I commenti delle organizzazioni

Nonostante queste possibili (e più che plausibili) criticità, la novità ha raccolto il favore di diverse organizzazioni di categoria.
La prima a esultare è stata Coldiretti, rivendicando di fatto la paternità dell’intervento e spiegando che «la pratica del blending, tollerata in Italia sulla base di vecchie circolari ministeriali ed europee, consente oggi all’industria di correggere i difetti di un olio vergine «annegandolo» in una percentuale di extravergine» e «ingannando di fatto il cittadino sulla reale purezza del prodotto».
Sulla stessa linea Cia-Agricoltori italiani, secondo cui «vendere come evo un prodotto ottenuto dall’aggiunta, seppur minima, di olio non extravergine è una vera e propria frode e configura un inganno ai consumatori», motivo per cui è importante che «si intervenga anche a livello UE». L’intervento, in ogni caso, è «un ulteriore tassello rispetto all’obiettivo di combattere gli illeciti».

 

Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 20/2026
L’olio miscelato non è più extravergine
di Valerio Aprili
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