Chi pagherebbe un’agricoltura senza agrofarmaci?

granella frumento

Se si realizzassero gli scenari «no-pesticidi» sostenuti in questi ultimi anni da comitati, petizioni e refeendum, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Lo sostengono gli scienziati italiani del Gruppo Seta (Scienza e tecnologia per l’ambiente) secondo i quali, in assenza di sostituti adeguati, dove per adeguati s’intende di pari efficacia e sostenibilità economica per gli agricoltori, le produzioni di cibo precipiterebbero con percentuali a due cifre.

Abbandonate a sé stesse, di mele ne resterebbe solo il 33%, come pure sopravvivrebbero il 38% dell’uva da tavola e delle olive da olio, il 19% del pomodoro da industria, il 43% di grano tenero e il 30% di quello duro. Crollerebbe inoltre al 32% la produzione di insalate di IV gamma, come pure franerebbero al 16% il riso e al 13% il mais.

Un crollo che per il triennio 2015-2017 provocherebbe una perdita del 71% del valore della produzione agricola, da 8,87 miliardi di euro a soli 2,56. Peggio andrebbe alle relative filiere agroalimentari, le quali sprofonderebbero da 34,8 miliardi a soli 7,8. Un calo del 77,6%.

Devastante sarebbe infine la perdita in termini di sostenibilità sociale. Basti pensare alla dipendenza pressoché totale che svilupperebbe l’Italia nei confronti dei prodotti stranieri che andrebbero a sostituirsi alle mancate produzioni interne. Uno squilibrio della bilancia commerciale che verrebbe pagato soprattutto dalle fasce più deboli della popolazione, impossibilitate all’acquisto dei pochi cibi elitari nazionali sopravvissuti alla falcidia.

Ci si dovrebbe chiedere quindi se non sia pericolosamente autodistruttivo dare ulteriore fiato a gruppi di pressione che diffondono petizioni anti scientifiche.

 

Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 47/2019
Un’agricoltura senza agrofarmaci: chi pagherebbe il prezzo?
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