Quale sarà il destino del modello ortofrutticolo italiano di fronte alla riforma della Pac 2028-2034? Per rispondere a questa domanda, Italia Ortofrutta-Unione nazionale ha riunito istituzioni e addetti ai lavori lo scorso 19 giugno a Roma, presso l’aula dei Gruppi parlamentari della Camera. L’organizzazione vanta oltre 160 associazioni di produttori e 18.000 imprese agricole associate, muove un fatturato di circa 3 miliardi di euro e l’intervista al suo direttore Vincenzo Falconi nasce dalla necessità di fare il punto su una riforma che desta forti timori: il rischio concreto è che la nuova programmazione non fornisca più risposte adeguate a un sistema strutturato, che aggrega il 60% della produzione nazionale, mettendo a repentaglio trent’anni di successi nell’integrazione tra produzione e mercato.
Direttore Falconi, quando parla di rischi per il settore, intende il comparto organizzato?
Certamente. Mi riferisco a quel sistema di Organizzazioni di produttori (Op) evolute in vere imprese orientate al mercato. Oggi le Op sono imprese guida capaci di programmare la produzione e trasformare gli indirizzi europei in attività concrete, garantendo sicurezza e sostenibilità.

Con la riforma, la tempistica di attuazione potrebbe passare in mano ai singoli Stati: cosa temete?
Temiamo la perdita della certezza garantita dal Feaga (Fondo europeo agricolo di garanzia), uno degli strumenti con cui l’UE eroga i fondi destinati all’agricoltura a livello europeo. Il rischio è di scivolare in lungaggini burocratiche improponibili per un sistema competitivo. Chi gestisce prodotti altamente deperibili non può attendere i tempi allungati dei bandi dello sviluppo rurale gestiti a livello nazionale o regionale.
Oltre alla frammentazione UE, vi preoccupa anche quella interna tra le 20 regioni?
È un timore reale; già oggi soffriamo per le diversità applicative tra le regioni italiane. Se domani avremo 27 interventi settoriali diversi in Europa, si genererà incertezza e pericolose forme di dumping e concorrenza sleale in un unico mercato.
L’ortofrutta incide poco sul bilancio Pac: perché i risultati di questi fondi sono così rilevanti?
L’ortofrutta rappresenta il 28% del valore agricolo in Italia, ma l’intervento settoriale costa all’UE solo l’1,6% dei fondi Pac. Nonostante le risorse minime, gli effetti in termini di aggregazione e modernizzazione sono enormi. Chiediamo che queste risorse siano gestite al meglio, mantenendo il legame tra aiuto e valore commercializzato (Vpc), vero motore del sistema.
Sul fronte dell’innovazione, come è cambiato il rapporto tra le Op e il mondo della ricerca?
Abbiamo assistito a un cambio di paradigma: oggi sono le Op a sollecitare i percorsi di ricerca. Non aspettiamo più che le università propongano progetti; in molti casi è il mondo agricolo che orienta la scienza.
Da più parti ci si interroga sulla necessità di coordinare meglio Consorzi di tutela, Op e cooperazione.
I ruoli sono distinti e complementari: i consorzi tutelano i disciplinari, ma è l’Op che vende il prodotto, trasformando la tutela in valore. Il sistema delle Op, inoltre, incarna già pienamente l’approccio cooperativo: gran parte delle Op ortofrutticole italiane ha infatti la forma giuridica di cooperativa. È importante chiarire che l’Op non è una forma societaria ma uno status riconosciuto dall’Europa.
In conclusione, cosa serve per garantire un futuro al settore?
Serve un sistema meritocratico. Il principio deve restare più investi, più cresci, più sei premiato. La fine della proporzionalità tra aiuti e valore commercializzato ingesserebbe tutto (paradossalmente frenerebbe la crescita, la ricerca di nuovi soci). Non dimentichiamo poi che se l’organizzazione non garantisce efficienza e reddito, il produttore, già dopo un anno, si cerca un’altra Op.
Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 18/2026
L’ortofrutta organizzata dice no alla nuova Pac
di Gaetano Menna
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