Dialogo più forte tra ricerca, istituzioni e opinione pubblica

Dal 25 marzo 2026 Federico Magnani, professore ordinario all’Università di Bologna ed esperto di gestione forestale e sostenibilità ambientale è il nuovo presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura.
Il suo incarico ai vertici dell’Accademia coprirà il triennio 2026-2028. Magnani raccoglie il testimone in una fase cruciale per il settore primario, chiamato a confrontarsi con le sfide del cambiamento climatico, della competitività, dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità produttiva.
In questa intervista, il neopresidente traccia le priorità dell’agricoltura italiana dei prossimi anni: dall’agricoltura di precisione alle Tecniche di evoluzione assistita (TEA), fino all’agricoltura rigenerativa. Ma al centro del suo mandato c’è anche un’altra sfida: rafforzare il dialogo tra ricerca, istituzioni e opinione pubblica, rendendo il sapere scientifico più accessibile e vicino ai cittadini.
“Dobbiamo uscire dalla torre d’avorio dell’Accademia”, afferma, immaginando una divulgazione fatta non solo di convegni, ma anche di podcast, incontri online e iniziative aperte al grande pubblico.

Professore, lei ha parlato di un’agricoltura in rapida trasformazione: quali sono oggi le innovazioni davvero prioritarie su cui l’Italia non può permettersi ritardi?

Ne menziono solo tre, strettamente legate fra loro. Agricoltura di precisione e uso dei droni, per intervenire dove serve e quando serve riducendo i costi. Se fertilizzo o faccio i trattamenti in maniera localizzata, sulla base di informazioni ottenute da satellite o a terra, riduco sia i costi sia l’impatto sull’ambiente.

Secondo: l’adozione delle nuove Tecniche di evoluzione assistita che permettono di accelerare i processi di selezione di nuove varietà che non hanno nulla a che vedere con gli ogm. Abbiamo un via libera dall’Unione europea – anche se sarà pienamente operativo solo dal 2028 – ora dobbiamo adeguarci. Anche perché, se vogliamo ridurre l’impiego di acqua o di prodotti di sintesi, è essenziale sviluppare colture più resistenti e performanti. Terzo: l’agricoltura rigenerativa, che non è sinonimo di agricoltura biologica, fondamentale per ridurre l’impronta ecologica dell’agricoltura ma anche per aumentare le rese nel lungo periodo. Al momento però in Italia non esistono ancora linee guida o regolamenti specifici.

Ritiene che il sistema agricolo italiano sia pronto ad accogliere queste innovazioni o vede ancora forti resistenze culturali?

Dipende dai contesti che consideriamo. Nell’agricoltura di pianura dove abbiamo già una meccanizzazione avanzata l’agricoltura di precisione in certi casi è una realtà. Lo stesso possiamo dirlo per l’agricoltura rigenerativa in collina: l’inerbimento già lo facciamo per ridurre l’erosione, spesso con misure mirate del Psr. Entrambe vanno però diffuse, ci vogliono una presa di coscienza e una crescita culturale che coinvolgano anche i contoterzisti e le Pubbliche amministrazioni. Diverso è il caso delle TEA: qui dobbiamo agire non sugli agricoltori, ma sull’opinione pubblica, con un’azione di informazione capace di contrastare tante fake news. Anche su questo l’Accademia può svolgere un ruolo importante e in questa direzione stiamo già lavorando in collaborazione con le altre Accademie e Società scientifiche.

La divulgazione sarà uno dei pilastri del suo mandato. A questo proposito quali strumenti concreti utilizzerà l’Accademia per raggiungere il grande pubblico?

Dobbiamo rinnovare gli strumenti e la forma della comunicazione, senza banalizzare il messaggio. Quindi andare online sia per gli incontri di approfondimento scientifici e col mondo agricolo, sia verso il vasto pubblico cambiando tempi e formati: è difficile trovare il tempo per una giornata di seminari, meglio delle pillole di scienza o dei podcast da ascoltare mentre siamo bloccati nel traffico. Ma verso il pubblico dobbiamo usare anche altri canali: aperitivi culturali, corsi su cibo e produzioni italiane in collaborazione con gli esperti di formazione permanente. Permettetemi un gioco di parole: dobbiamo uscire dalla torre d’avorio dell’Accademia!

Quale tipo di collaborazione attualmente manca con gli enti e le istituzioni che invece ritiene indispensabile attivare?

Premetto che l’Accademia ha un ottimo rapporto di collaborazione fattiva con le istituzioni a tanti livelli, da quello locale (con il supporto attivo delle Fondazioni bancarie, che voglio ringraziare) a quello regionale e nazionale. Per noi è strategico anche il rapporto con i Carabinieri forestali che hanno un ruolo importante di controllo e garanzia per tutto il mondo agricolo e agroalimentare. Detto questo, molto c’è ancora da fare per portare la voce dell’agricoltura italiana e della ricerca nelle sedi dove vengono prese le decisioni prima che vengano prese. Dove serve, quando serve. Spesso ci troviamo a protestare per leggi e regolamenti già approvati quando ormai è troppo tardi. Ovviamente non spetta solo a noi, organizzazioni e istituzioni hanno una precisa responsabilità. Noi possiamo stimolare l’attenzione sulle tematiche emergenti e aiutare il dialogo fra i diversi attori, affinché quando possibile il messaggio sia univoco e forte.

Ritiene che oggi la politica ascolti davvero il mondo scientifico agricolo?

La politica ascolta poco il mondo agricolo perché gli agricoltori costituiscono una piccola percentuale della popolazione e perché spesso, chi vive nelle città, ha una percezione falsata dell’agricoltura. Ma invertire questa tendenza si può. Guardiamo all’Olanda: il Paese vede l’agricoltura come un elemento caratterizzante dell’identità nazionale e la supporta, anche se l’agricoltura olandese ha un’impronta ambientale ben più pesante di quella italiana. Per farsi ascoltare dalla politica bisogna passare dall’opinione pubblica: dobbiamo far capire che l’agricoltore italiano può essere un custode dell’ambiente e che in una prospettiva globale produrre in Italia riduce i danni all’ambiente oltre a garantire una base sicura di approvvigionamento tutelando il paesaggio. Lo stesso dicasi per il mondo scientifico: per raggiungere la politica dobbiamo educare l’opinione pubblica. Sono convinto che si possa fare.

Se fra tre anni dovesse misurare il successo del suo mandato, quale risultato concreto vorrebbe poter dire di avere raggiunto?

La missione dell’Accademia è culturale e non pratica, quindi non possiamo fissare degli obiettivi quantitativi: non è il numero di convegni organizzati che ci definirà. Il nostro è soprattutto un ruolo di catalizzatore e quindi avremo successo se saremo riusciti a mettere in piedi una rete di collaborazione efficace dentro all’Accademia, con il coinvolgimento attivo delle competenze dei soci e degli esperti, così come con il territorio attraverso un rapporto di fiducia e interlocuzione con le organizzazioni e con i cittadini e infine con i decisori. Rivediamoci fra tre anni: se l’Accademia verrà vista come un punto di riferimento affidabile e imparziale da ricercatori, cittadini e agricoltori avremo avuto successo.

A.Mo.