Stalle più efficienti: meno urea nel latte ma stesse produzioni

Per evidenziare se contenuti di urea nel latte inferiori a una determinata soglia possano influenzare la produzione e la qualità del latte e le performance delle bovine è stato condotto uno studio in 7 aziende zootecniche piemontesi, a differente livello produttivo, per il quadriennio 2021-2024.

L’obiettivo specifico è stato quello di valutare se fosse possibile, attraverso la formulazione di diete bilanciate per apporto proteico e carboidrati strutturali e non strutturali, massimizzare la sintesi di proteina microbica ruminale con la massima efficienza possibile.

Con l’obiettivo nel contempo di ridurre il contenuto di urea nel latte e aumentare l’efficienza azotata, senza compromettere le prestazioni della mandria in termini di produzione giornaliera di latte, contenuto di proteina nel latte, ingestione di sostanza secca per capo ed efficienza alimentare (kg di latte prodotto per kg di s.s. ingerita).

Durante il periodo di indagine sono stati rilevati quotidianamente la composizione delle razioni somministrate, la produzione di latte e l’ingestione di sostanza secca. La qualità del latte di massa è stata analizzata tre volte al mese e il contenuto di urea utilizzato per monitorare gli eventuali miglioramenti ottenuti in termini di efficienza.

Mettendo in relazione la produzione di latte con il contenuto di urea nel latte è emerso come, per ogni livello produttivo aziendale, a una progressiva diminuzione del contenuto di urea la produzione media di latte si sia mantenuta pressocché costante. Questo ha evidenziato come lavorando sull’efficienza della dieta, è possibile mantenere le prestazioni produttive delle bovine, anche con valori di urea nel latte inferiori a 20 mg/dL e con livelli produttivi giornalieri della mandria superiori a 40 kg/capo giorno.

Anche l’ingestione di sostanza secca e l’efficienza nutrizionale, pur variando con il livello produttivo della mandria, hanno mantenuto valori stabili al progressivo diminuire del contenuto di urea nel latte.

I risultati confermano come sia possibile produrre latte con bassi livelli di urea attraverso un corretto utilizzo e allocazione della componente proteica e azotata della razione, senza compromettere le migliorare sensibilmente l’efficienza azotata della razione, anche a livelli produttivi elevati (oltre 40 kg/ capo/giorno).

Meno spiegabile l’effetto dell’abbassamento dei livelli di urea sulla qualità del latte, in particolare sul contenuto in proteina. Dall’analisi dei risultati si evidenzia come contenuti di urea inferiori a 20 mg/dL siano positivamente correlati con il contenuto di proteina del latte ai livelli produttivi più bassi (<33 kg/capo/giorno), mentre con produzioni più elevate il contenuto in proteina del latte è risultato leggermente inferiore e non correlato al livello di urea nel latte.

L’ottimizzazione delle razioni ha permesso di mantenere i medesimi livelli produttivi, riducendo sensibilmente il contenuto di urea nel latte. A questo è corrisposto un miglioramento dell’efficienza d’uso dell’azoto che è risultata praticamente sempre superiore al 30%, quando i livelli di urea nel latte erano inferiori a 20 mg/dL.

In conclusione, considerando la complicata situazione di mercato (dovuta ai costi sempre più elevati dei fattori produttivi e a un prezzo del latte in discesa) e considerando la crescente pressione sulla riduzione degli impatti ambientali, razioni correttamente bilanciate con livelli di proteina metabolizzabile ottimizzati portano sia alla riduzione dei costi di alimentazione sia al contenimento delle emissioni di ammoniaca per capo al giorno, garantendo vantaggi economici e ambientali importanti, senza penalizzare le produzioni.

 

Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 07/2026
Urea nel latte: indicatore di efficienza proteica per ridurre impatti e costi
di L. Comino, A. Ravello, D. Giaccone, E. Tabacco, G. Borreani, F. Ferrero, L. Bertola, S. Pasinato
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