La formazione non va vista come un’opzione o un semplice obbligo normativo, ma come una leva strategica indispensabile per la competitività del settore. Questo è quanto emerso dal convegno «Strumenti e politiche per una formazione di qualità: le sfide della transizione vitivinicola» organizzato da Eban e Foragri a Vinitaly 2026, evento che ha messo a confronto dati, politiche e visioni per tracciare la rotta di un comparto chiamato a navigare in un ecosistema di crescente complessità.
La tendenza è stata subito delineata dai saluti di Vincenzo Conso, presidente di Foragri: «Il futuro della formazione risiede nella qualità e nella riconoscibilità delle competenze. L’obiettivo di sistema è ampliare la platea delle imprese coinvolte, rendendo la formazione continua il vero anello di congiunzione tra le politiche pubbliche e i fabbisogni reali di imprese e lavoratori». A fargli eco le parole di Roberto Caponi, presidente di Eban, che ha sottolineato il ruolo cruciale della bilateralità come motore di dialogo e azione.
I numeri di riferimento
Lo scenario di riferimento per la formazione in ambito vitivinicolo, delineato da Livio Ferretti di Nomisma, è dominato da cinque megatrend interconnessi: il cambiamento climatico, che impone una rivoluzione agronomica; la transizione digitale, motore dell’agricoltura 4.0; le tensioni geopolitiche, che minacciano la stabilità dei mercati; una normativa sempre più stringente su sostenibilità e trasparenza; infine, il cambiamento dei gusti dei consumatori. Anche i contenuti si evolvono. Accanto alle competenze tecniche tradizionali, guadagnano terreno temi come la digitalizzazione, la sostenibilità e la gestione dei mercati internazionali.

I dati presentati dal direttore di Foragri Michele Distefano per il 2020-2025 confermano però un cambio di passo: «Le aziende vitivinicole non percepiscono più la formazione come un intervento sporadico, ma come un percorso di investimento solido e continuativo. La dimensione economica media dei piani formativi è infatti in crescita costante, superando spesso i 20.000 euro e toccando punte di 30.000 nelle annualità più recenti».
Politiche e formazione
La tavola rotonda ha acceso i riflettori sulle politiche necessarie per sostenere questa evoluzione. Romano Magrini, vicepresidente di Foragri, ha evidenziato la necessità di puntare sul digitale e dare maggior risalto alle attività degli enti bilaterali (Eban ed Ebat) per evitare frammentazioni. Di fronte alla crescente difficoltà nel reperire manodopera, Antonio Castellucci, reggente Fai Cisl, ha posto un accento critico: «La formazione è essenziale per migliorare la qualità del lavoro, ma dobbiamo prima capire le ragioni dell’elevato turnover e ridare attrattività al lavoro agricolo».
Il dialogo con le istituzioni ha offerto spunti concreti. Se da un lato Lucia Silvestri, dirigente di Regione Lombardia, ha sottolineato come l’Akis (Agricultural knowledge and innovation system) si ponga come strategia fondamentale per assicurarsi che la conoscenza e l’innovazione non rimangano chiuse nei cassetti, dall’altro gli assessori all’agricoltura della Calabria, Gianluca Gallo, e della Puglia, Francesco Paolicelli, hanno concordato sulla priorità di integrare la formazione tecnica e digitale nei Programmi di sviluppo rurale, per rendere gli strumenti più aderenti ai fabbisogni dei territori.
A livello nazionale, Massimo Temussi, direttore generale del Ministero del Lavoro, ha spostato l’orizzonte verso il futuro, spiegando come il nuovo decreto ministeriale 115/2024 sulla certificazione delle competenze si concentri soprattutto sulle cosiddette «future skills», ovvero quelle professionalità che oggi forse non esistono ancora, ma che saranno centrali tra dieci anni.
Infine, l’intervento dell’europarlamentare Dario Nardella ha portato la discussione sul piano europeo, sottolineando l’urgenza di una maggiore sinergia tra i fondi della pac, le risorse per la digitalizzazione e i fondi interprofessionali per sostenere un settore che è patrimonio culturale del Paese.
Lorenzo Andreotti



