A Farm to Fork: strategia o follia? Dipenderà dalla politica

La strategia A Farm to Fork ha acceso un animato dibattito all’interno del mondo agricolo italiano, diviso tra detrattori e fautori della nuova politica messa in campo da Bruxelles.

L’Informatore Agrario ha ospitato contributi (n. 21/2020 pag. 5 e n. 22/2020 pag. 6) con orientamenti diversi rispetto al documento UE presentato lo scorso 20 maggio, con l’obiettivo di consentire ai lettori di conoscere pro e contro della strategia sulla quale l’Europa vuole costruire il futuro del settore agroalimentare dell’Unione.

Ma qual è la visione più corretta?

A nostro avviso entrambe. La questione dirimente non è appoggiare o contrastare con approccio da tifoserie la comunicazione UE, bensì leggere il mercato, capire come differenziare i nostri prodotti dalle commodity nei mercati internazionali e anticipare le tendenze di consumo emergenti, che presumibilmente si affermeranno a livello globale. La crescente propensione del consumatore verso prodotti percepiti come più sani, ecosostenibili, socialmente equi è innegabile. Questo è il campo all’interno del quale si giocherà la «competizione» nei prossimi anni anche per quanto riguarda le commodity.

Contratti di filiera, mangimi tracciati e certificati, carni e prodotti zootecnici in genere ottenuti senza l’impiego di antibiotici e nel rispetto del benessere animale, prodotti dolciari senza olio di palma: sono questi gli elementi di marketing oggi più utilizzati nelle campagne promozionali dell’agroalimentare made in Italy e non solo. Il punto cruciale pertanto non è capire se la strategia A Farm to Fork sia quella vincente, ma piusttosto se il contesto normativo europeo, la preparazione culturale degli imprenditori agroalimentari dell’Unione e gli strumenti di trasferimento della conoscenza e dell’innovazione di cui ogni Paese si è dotato saranno sufficienti a permettere all’agricoltura e all’industria agroalimentare di «catturare» le grandi opportunità di un mercato in rapido cambiamento. La sfida è lanciata. Ma al contrario di quanto può sembrare, il compito più difficile spetta alle istituzioni e non alle imprese.

Senza uno sforzo considerevole della politica per accompagnare gradualmente il sistema istituzionale verso una vera sburocratizzazione e un pragmatico approccio all’innovazione messa a disposizione dalle nuove tecnologie e dall’industria dei mezzi tecnici A Farm to Fork sarà una follia e non una strategia. Il documento fissa degli obiettivi come la riduzione del 50% dell’uso di agrofarmaci, ma come ci si arriverà se le nuove tecniche di miglioramento genetico necessarie a sviluppare coltivazioni resistenti alle avversità restano al palo per motivi ideologici? Come potremo ridurre l’uso dei fertilizzanti se non saremo in grado di garantire una rete sperimentale e di trasferimento delle conoscenze sui fertilizzanti e biostimolanti di nuova generazione?
Come potrà diventare realtà l’economia circolare se la normativa su rifiuti e materie prime secondarie non è chiara?

Come potremo proteggere i nostri prodotti senza controlli rapidi ed estesi delle merci importate?

La strategia A Farm to Fork sarà una concreta opportunità di «uscire dalla morsa dei prezzi bassi» che ci vedrà sempre perdenti come scrive l’autorevole Angelo Frascarelli solo se sarà accompagnata da una trasformazione del sistema istituzionale e imprenditoriale, altrimenti diventerà il cimitero delle imprese come presagisce il nostro Ermanno Comegna.

Le rappresentanze agricole dovrebbero concentrarsi a pretendere l’ammodernamento culturale e istituzionale per accettare pienamente la strategia A Farm to Fork.

 

Editoriale di A. Boschetti pubblicato su L’Informatore Agrario n. 23/2020