Vitigni resistenti: lo stato dell’arte

Un momento del Forum nazionale viticolo organizzato da Cia - Agricoltori con l’Accademia dei Georgofi li

Nell’auditorium Sant’Apollonia a Firenze si è svolto lo scorso 23 gennaio l’annuale forum nazionale vitivinicolo organizzato da Cia-Agricoltori italiani, in collaborazione con l’Accademia dei Georgofili, per discutere di innovazione varietale in viticoltura e capire quali prospettive di impiego abbiano i vitigni resistenti di ultima generazione.

A introdurre il tema è stato Riccardo Velasco, direttore del Centro di viticoltura ed enologia del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA).

Nella sua relazione ha illustrato la direttiva comunitaria 2001/18 che definisce ogm «un organismo, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genica naturale». Oggi per l’UE – ha proseguito Velasco – un organismo vegetale che ha subìto una mutazione attraverso il genome editing (o cisgenesi), come si configurano quelle che utilizzano la proteina Crispr/Cas9, pur non conservando traccia dell’intervento subìto e riproducendosi per impollinazione naturale, è considerato geneticamente modificato, anche se nei prodotti cisgenici si opera solo sui geni interni senza l’impiego di materiale genetico esterno al DNA della pianta che rimane immutato.

La questione è di fondamentale importanza per il futuro della viticoltura italiana, e non solo, ed è stata al centro dell’approfondimento di Michele Morgante dell’Università di Udine. Morgante ha sottolineato come gli ostacoli legislativi che limitano l’immissione al mercato dei vitigni resistenti partano dall’iscrizione degli stessi come ibridi e in quanto tali non utilizzabili all’interno dei disciplinari.
La Germania, invece, li ha classificati come Vitis vinifera. «Servono decisioni logiche e non ideologiche» ha precisato Morgante, mettendo in luce una incongruenza dettata dal fatto che un organismo modificato Crisp/Cas non è diverso da un altro, sono indistinguibili e quindi la normativa e il controllo sarebbero di fatto non applicabili.
Tutti d’accordo quindi sull’esigenza, dettata da un sempre crescente interesse di consumatori e media sull’impatto dei fungicidi usati in viticoltura, di coltivare i vitigni resistenti, come è emerso anche durante la tavola rotonda con produttori ed esponenti regionali.

 

Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 4/2019

Vitigni resistenti: assurdo rifiutare le biotecnologie

di E. Carotenuto
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