Era il 2015 quando, nella cornice globale di Expo Milano, veniva presentata la legge 141, la norma quadro che ha dato dignità giuridica all’agricoltura sociale.
A distanza di poco più di dieci anni, il settore è diventato una realtà economica che conta 3.000 fattorie sociali e 30.000 addetti, dando una spinta diffusa al welfare territoriale.
Nonostante il consolidamento delle fattorie sociali, gli operatori segnalano che l’impianto normativo è rimasto a metà del guado.
Ne parliamo con Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete delle fattorie sociali.

Presidente Di Stefano, la legge 141 ha compiuto dieci anni. È un testo ancora valido o sente il peso del tempo?
La legge è assolutamente attuale e valida, ma c’è un tema critico: in dieci anni non sono ancora state approvate le linee guida nazionali previste dal testo. Quindi c’è la necessità che il Ministero dell’agricoltura convochi nuovamente l’Osservatorio nazionale sull’agricoltura sociale e che vengano pubblicate le linee guida. Senza di queste manca l’uniformità.
Come si diventa «fattoria sociale»?
Qui entrano in gioco proprio le linee guida mancanti. La legge nazionale ha dato ampio spazio alle Regioni, creando una situazione a macchia di leopardo. Alcune Regioni hanno istituito degli albi e prevedono corsi di formazione specifici; in questi casi, chi ha i requisiti si iscrive ed è certificato. Altre Regioni non hanno fatto nulla. Ci sono quindi «fattorie sociali di fatto» che rispettano la legge 141, operano correttamente, ma non hanno un registro in cui iscriversi per dimostrarlo. Le linee guida servirebbero proprio a spronare le amministrazioni ritardatarie e a creare standard nazionali.
Quali sono le misure concrete e urgenti per dare ossigeno al settore?
Ne vedo tre prioritarie. La prima è il marchio dell’agricoltura sociale: serve un riconoscimento visivo per i prodotti «buoni due volte», per qualità ed etica. La seconda è il budget di salute: le famiglie devono poter spendere le risorse per la cura direttamente in fattoria, se lo ritengono il contesto migliore. Infine, la piena attuazione dell’articolo 14 del dlgs 276/2003: una leva formidabile che permette alle aziende di assolvere l’obbligo di assunzione di categorie protette affidando una commessa di lavoro a una fattoria sociale. L’impresa evita la multa esternalizzando il servizio, noi assumiamo la persona disabile in un ambiente adatto.
Dopo 10 anni del bando «Coltiviamo agricoltura sociale» che bilancio traccia di questa iniziativa?
È un incubatore straordinario: in dieci anni, insieme a Confagricoltura, Senior-l’età della saggezza onlus e Reale foundation, abbiamo valutato 728 progetti e ne abbiamo finanziati 33 con 1,2 milioni di euro a fondo perduto; parliamo di risorse che vengono direttamente dalla raccolta di Confagricoltura e dalla sua Onlus e che l’associazione, pur potendo destinarle diversamente, ha scelto di investire in iniziative di agricoltura sociale, con il contributo fondamentale di Reale foundation. Le iniziative nel corso degli anni hanno sostenuto prevalentemente persone con disabilità fisiche, mentali e disturbi dello spettro autistico; giovani e minori in situazioni di disagio educativo; immigrati, rifugiati e richiedenti asilo; donne in condizione di fragilità e donne che affrontano la violenza di genere.
Intanto arrivano 20 milioni del bando del Ministero della disabilità per l’inclusione lavorativa.
Investire in agricoltura sociale significa rafforzare welfare e spending review. Dà la possibilità a un soggetto vulnerabile di lavorare in un contesto adatto alle proprie condizioni e di realizzarsi come persona e come lavoratore. Non va dimenticato che una persona problematica che si integra e lavora in fattoria sociale costa alla società infinitamente meno di un paziente istituzionalizzato in una Rsa.
Dieci anni di fattorie sociali
di Gaetano Menna
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