Il 2025 è stata un’annata all’insegna del recupero per il mais italiano. Nonostante ciò, la crisi rimane profonda, anzi è aggravata dagli effetti, ormai strutturali, del cambiamento climatico, degli accordi commerciali internazionali e da normative, come lo stop dal 2028 all’urea in Pianura Padana, che hanno più il sapore di un divieto che di una regolamentazione.
Dai numeri emersi dall’intervento dell’economista Dario Frisio alla tradizione Giornata del Mais organizzata dal CREA Cerealicoltura e Colture Industriali di Bergamo, le superfici investite nel 2025 segnano un +9%, che porta a un +12% nelle produzioni, «ma il 2025 è il quinto anno di fila con una superficie complessiva a granella sotto ai 600.000 ha e il quarto con produzioni totali sotto ai 6 milioni di t. Questi valori si traducono sempre in un prezzo da pagare – ha sottolineato Frisio – e cioè un import netto che arriverà probabilmente a 6,5 milioni di t, corrispondente a un valore di 1,4 miliardi di euro (con prezzi medi del mais di 210 euro/t). In sostanza – aggiunge Frisio – anche nel 2025 ci siamo mangiati quasi tutto il valore dell’export dei nostri salumi e formaggi dop, igp e stg».
Sebbene non sia consolante, la coltura del mais è in difficoltà in tutta Europa e in particolare nell’area Danubiana. Unica eccezione la Polonia, che in 20 anni è passata da 220.000 a oltre 1,3 milioni di ha di superficie investita.
Micotossine: criticità costante
Altro tasto dolente per questa coltura è la contaminazione (sopra soglia) da micotossine: se il 2024 è stato l’anno delle aflatossine, il 2025 ha visto le fumonisine protagoniste, come confermato dai dati del monitoraggio «Rete Qualità Mais» illustrati da Sabrina Locatelli del CREA di Bergamo. «Quest’annata ha dimostrato ancora una volta – ha commentato Locatelli – che le agrotecniche, anche se messe in campo tempestivamente e con la massima cura, da sole non bastano a contenere la criticità delle micotossine».
Eppure, come evidenziato da Paola Battilani, dell’Università Cattolica di Piacenza, le soluzioni ci sarebbero: «Il biocontrollo delle aflatossine su mais con il ceppo di Aspergillus flavus non tossigeno (nome commerciale AFX1) ha dimostrato di essere assolutamente efficace, sebbene con percentuali variabili. I limiti che vediamo oggi sono la ancora scarsa diffusione sul territorio – circa 10.000 ha tra Nord e Centro Italia – che impedisce di instaurare quella logica di ‘‘distretto’’ che ne aumenterebbe ulteriormente l’efficacia
e i ritardi nella sua autorizzazione all’uso di emergenza, che in alcune annate lo hanno probabilmente reso meno efficiente».
Il problema dell’urea
Ciliegina sulla torta, nel 2028 non si potrà più utilizzare l’urea in Pianura Padana, fertilizzante di importanza primaria per la coltura.
I dati dell’indagine Nomisma illustrata da Pietro Zannol sono chiari: in uno scenario di totale assenza di urea – come calcolato da Nomisma – il valore totale della produzione in Pianura Padana crollerebbe del 45% (perdita di 1,18 miliardi di euro) mentre, in caso di totale assenza di fertilizzazione azotata, la contrazione sarebbe del 71% (perdita di 1,85 miliardi di euro).
Una vera débâcle, se si considera che l’attuale valore complessivo delle colture cerealicole in Pianura Padana si attesta a 2,6 miliardi di euro.
Marco Acutis, dell’Università di Milano, ha affrontato il tema della difficile sostituzione di questo nutriente: «Sostituire in toto l’urea minerale con l’azoto di origine organico, quindi liquami, digestati e in minore percentuali il letame, è potenzialmente possibile, ma la condizione è di mettere in sinergia l’azoto disponibile (che va calcolato in termini di kg/ha partendo da m³/ha), il timing di distribuzione e un cantiere ad alta tecnologia, appannaggio più del terzista che dell’azienda agricola media».
Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 3/2026
La «ripresina» del 2025 non basta al mais
di L. Andreotti
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