
Temo che anche l’agricoltura sia finita nel caos della geopolitica creato da Donald Trump. Una dimostrazione è la recente firma dell’accordo Mercosur, avversato dalle due maggiori agricolture europee, Italia e Francia, a causa della possibile concorrenza di quei Paesi, ma assolutamente necessario, perché un mercato di 270 milioni di abitanti è oggi troppo importante per le esportazioni europee.
Certamente alcuni settori agricoli rischiano grossi danni e devono essere compensati. Negli ultimi mesi infatti i trattori sono tornati a occupare le strade e le piazze di Bruxelles e delle altre capitali, spinti anche dalla delusione, dopo le promesse del commissario all’agricoltura e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, per la scomparsa della rubrica assegnata alla Pac che nella proposta di bilancio 2028-2034 è ricompresa nel nuovo «Fondo per la coesione economica, sociale e territoriale, l’agricoltura e lo sviluppo rurale, la pesca e la politica marittima, la prosperità e la sicurezza» destinato finanziare «Piani di partenariato nazionali e regionali», dove i fondi riservati alla Pac hanno subito una riduzione di circa 80 miliardi (–20%).
La motivazione delle proteste, a parte la riduzione delle risorse dovuta anche al nuovo quadro geopolitico e per la quale sono assolutamente giustificate, è soprattutto la paura che la Pac non sia più tra le principali politiche della Commissione. E di conseguenza c’è la convinzione che la Commissione voglia rinazionalizzare la Pac, intervenendo solo con il criterio del partenariato su Piani nazionali finanziati anche dagli Stati membri, il che costringerebbe l’agricoltura a entrare in competizione con le politiche nazionali per le altre attività economiche e aumenterebbe anche la concorrenza nel mercato interno tra le produzioni agroalimentari dei diversi Paesi.
Non credo si possa dire che la scomparsa in bilancio della rubrica assegnata alla Pac, con i due fondi che la finanziavano, il Feaga e il Feasr, significhi un derubricamento della Pac da parte della Commissione. Basta leggere le due proposte di regolamento: quella che istituisce il «Fondo europeo per la coesione economica, sociale e territoriale, l’agricoltura e lo sviluppo rurale, la pesca e la politica marittima, la prosperità e la sicurezza per il periodo 2028-2034», che all’art. 10 assegna 295 miliardi agli interventi della Pac su un ammontare complessivo del Fondo di 865 miliardi e quella che fissa «le condizioni per l’attuazione del sostegno dell’Unione alla politica agricola comune per il periodo 2028-2034».
Per quanto riguarda la rinazionalizzazione, questo timore non dovrebbe essere giustificato perché le due proposte di regolamento stabiliscono che gli interventi siano programmati entro «Piani di partenariato nazionali e regionali», che possono essere finanziati anche dagli Stati, pertanto saranno proprio i Governi a cogliere i bisogni del settore e a prevedere i relativi interventi come avrebbe dovuto fare il «Piano strategico nazionale» che sta dando attuazione alla Pac 2023-2027.
Avrebbe dovuto fare, perché ancora una volta le risorse destinate agli aiuti diretti sono state assolutamente prevalenti rispetto a quelle per lo sviluppo rurale, privilegiando come sempre una politica di breve periodo, piuttosto che puntare su interventi strutturali capaci di affrancare i limiti di sviluppo dell’azienda agraria.
Ma perché tale obiettivo non potrebbe essere raggiunto dai nuovi «Piani di partenariato nazionale e regionale» che possono attingere alle diverse risorse di coesione oltre a fondi nazionali? Dipenderà dalla politica perché oggi il peso dell’agricoltura nell’economia nazionale è molto inferiore rispetto al passato, per cui sono le decisioni della politica che devono riconoscere l’importanza strategica dell’agricoltura in una moderna economia.
Tratto dall’articolo che verrà pubblicato su L’Informatore Agrario n. 03/2026
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