Invasi e digitalizzazione per irrigare meglio

bacino idrico

Stretta tra antiche carenze infrastrutturali, manutentive e l’urgente necessità di innovare per far fronte al clima estremo, la gestione idrica richiede un radicale cambio di passo. Ne parliamo con il direttore generale di Anbi, Massimo Gargano.

Direttore, qual è l’attuale bilancio idrico del Paese?

Massimo Gargano_DG ANBI
Massimo Gargano (Direttore generale di Anbi)

Ci troviamo all’interno di una cornice climatica negativa, con un febbraio che ha registrato temperature di due gradi superiori rispetto all’anno precedente. Nel Meridione, le recenti piogge sono state provvidenziali per riempire gli invasi, infrastrutture che abbiamo a disposizione grazie agli investimenti lungimiranti della Cassa del Mezzogiorno. Al Nord, invece, è mancata la neve importante di novembre e dicembre, quella che si stratifica e si scioglie gradualmente. C’è il forte rischio che l’aumento delle temperature, unito all’intensa evapotraspirazione delle colture e alla forte evaporazione dagli invasi, crei seri problemi in diverse aree e inneschi criticità idrogeologiche in caso di piogge violente.

Come procedono gli investimenti relativi ai fondi Pnrr?

I consorzi di bonifica si sono dimostrati soggetti virtuosi ed efficaci nell’utilizzo delle risorse del Pnrr. Entro giugno certificheremo l’ottimizzazione e il risparmio di un miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua, mettendoli a disposizione per tutti gli utilizzi. Nella recente finestra del Pnrr abbiamo presentato progetti per nuovi invasi, immediatamente cantierabili, per un valore di 7,3 miliardi di euro. Si tratta di infrastrutture multifunzionali essenziali non solo per l’agricoltura, ma per raccogliere e stoccare le acque in eccesso garantendo la sicurezza dei cittadini, per produrre energia pulita abbassando i costi e le emissioni di CO₂, e per ricaricare le falde acquifere.

Sul fronte dell’innovazione quali sono i prossimi passi?

La nostra ambizione è che il 2026 diventi l’anno della svolta per la digitalizzazione delle reti, un tema che approfondiremo anche a Macfrut (21-23 aprile prossimi). Stiamo trasformando 231.000 km di canali in reti parlanti e intelligenti. Grazie all’impiego di sensoristica e innovazioni avanzate, questi canali forniranno numeri per elaborare analisi predittive su piene, asciutte, rotture strutturali e furti d’acqua. Questo flusso di dati permetterà a chi ha responsabilità istituzionali di prendere decisioni mirate e consentirà agli agricoltori di pianificare in modo scientifico l’utilizzo della risorsa irrigua e quindi le proprie attività aziendali.

A livello europeo c’è un divario di visione sull’uso dell’acqua.

Esiste indubbiamente una differenza di prospettiva. Per noi Paesi del bacino mediterraneo, l’acqua è una risorsa produttiva imprescindibile per l’agricoltura, mentre per i Paesi del Nord Europa, che godono di un clima diverso, è considerata quasi esclusivamente una risorsa ambientale. Noi dimostriamo con i fatti che produzione e tutela ambientale possono coesistere nel pieno rispetto del Green Deal.

Come superare gli ostacoli per l’utilizzo delle acque reflue in agricoltura?

Il potenziale è enorme: parliamo di circa 9 miliardi di metri cubi di acque reflue che vogliamo utilizzare. Tuttavia, sappiamo bene che in oltre 1.000 comuni, pari a quasi il 40% del territorio nazionale, la depurazione e la gestione della risorsa è ancora legata ai confini amministrativi del Comune. Il nodo centrale è la sicurezza: queste acque finiscono nel cibo e quindi rischiano di incidere sulla salute pubblica. Non possiamo mettere a rischio l’intero modello del made in Italy agroalimentare. La nostra posizione è chiara: vogliamo utilizzare le acque reflue, ma solo se ben trattate e rigorosamente certificate al punto di consegna in termini di qualità da un soggetto terzo e autorevole, come le università. Abbiamo fatto, nel merito, un accordo con le istituzioni competenti e, a oggi, ci aspettiamo di procedere con la dovuta coerenza nell’interesse di tutta la filiera agricola.

di Gaetano Menna
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