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L'Informatore Agrario
Sommario rivista Approfondimento
   
48
 8-14 Dic.

  2006
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Editoriale

Agroalimentare, ricerca pubblica ancora strategica
Giacomo Zanni

La prevalenza nel settore di piccole aziende che non possono distribuire i rischi degli investimenti in ricerca su ampie gamme di prodotti legittima l’intervento dello Stato per creare l’innovazione necessaria allo sviluppo di nuovi prodotti

Amar Bidhé, autorevole economista della Columbia University, ha recentemente avanzato la tesi che lo sviluppo di un Paese non si deve tanto alla «produzione» di tecnologia (ciò che si realizza con la Ricerca e Sviluppo, il cosiddetto R&S), quanto al suo consumo.
In altre parole, sarebbero i consumatori di innovazione che «tirano» l’economia del Paese e non già i ricercatori che la «spingono».
Si tratta di un’opinione abbastanza sorprendente, in quanto controcorrente rispetto all’idea, molto diffusa in Europa, che il progresso di una Nazione sia intimamente legato alla capacità di produrre innovazione tecnologica.
Del resto, è su questa idea che si fonda la «Strategia di Lisbona», mediante la quale l’Unione Europea intende promuovere la «società della conoscenza» con investimenti in R&S e alta tecnologia.
In particolare, Bidhé trae le seguenti implicazioni per imprese e governanti:
- abbandonare gli atteggiamenti «tecno-feticisti» e «tecno-nazionalisti»;
- evitare gli eccessi nelle spese in R&S e nelle assunzioni degli attori principali del sistema innovativo, cioè ricercatori, ingegneri e tecnologi;
- rivalutare il ruolo degli attori minori, ovvero gli operatori a valle del sistema, come venditori, pubblicitari, marketers, che sono quelli che tengono alta presso i consumatori la disponibilità ad acquistare i nuovi
prodotti. A prima vista, la congettura dell’economista americano può apparire controintuitiva, ma è il caso di prenderla sul serio, in quanto è ben argomentata, soprattutto se calata in un contesto molto globalizzato come quello statunitense.
In ogni caso, vista la complessità, sarebbe errato sia rigettarla in modo acritico, sia generalizzarla sbrigativamente.
Potremmo scherzosamente insinuare che la tesi di Bidhé è stata presa fin troppo sul serio dai governanti italiani. Infatti, da qualche anno, l’università e la ricerca sono state oggetto di drammatici tagli finanziari, che ne stanno mettendo a dura prova le capacità di sopravvivenza. Dopo i salassi del Governo precedente, anche l’ultima legge finanziaria, attualmente in fase di approvazione, non ha risparmiato ulteriori riduzioni di spesa, meritandosi le proteste del Nobel Rita Levi Montalcini, le dimissioni minacciate del ministro dell’università e della ricerca Fabio Mussi e quelle confermate del responsabile Ds alla ricerca, Walter Tocci. Tra i vari effetti, la stretta finanziaria mette in crisi proprio i meccanismi di assunzione del personale ricercatore. Al problema della scarsezza di risorse si aggiunge quello della bassa efficienza della nostra università e della ricerca pubblica. Il tema è caldo e le polemiche sono quotidiane. Si arriva a evocare misure molto drastiche. I più integralisti ritengono che il sistema pubblico non sia riformabile, nemmeno aumentando i gradi di autonomia e di responsabilità, cioè introducendo severe attività di valutazione e selezione delle risorse: meglio privatizzare tutto e affidarsi al mercato.
Ma siamo sicuri che per risolvere i problemi dell’innovazione e dell’efficienza scientifica basti affidarsi al mercato? Calandoci nell’ambito del sistema agroalimentare, la questione è particolarmente rilevante. I comparti agroalimentari sono tra quelli che più risentono della scarsa innovazione.
La ragione principale è la prevalenza di piccole aziende che, a differenza delle grandi industrie, non possono distribuire i rischi degli investimenti in R&S su ampie gamme di prodotti. In questi comparti, la nuova conoscenza diventa un «bene pubblico», che legittima l’intervento dello Stato. Certamente, le attività di marketing sono fondamentali per diffondere i nuovi prodotti agroalimentari. Ma l’esperienza suggerisce inoltre che l’adozione delle innovazioni presso le aziende dipende anche da ben congegnate attività di trasferimento tecnologico, in grado di ingegnerizzare la nuova conoscenza e di tradurla rapidamente in forma utile per l’impresa. È esattamente quel che si sta tentando di fare con i Centri di competenza, che hanno bisogno, prima ancora che di laboratori, di bravi tecnici in grado di collegare le imprese con centri di ricerca efficienti e coerentemente orientati agli obiettivi strategici dell’agroalimentare italiano.
Al proposito, non possiamo pensare di comprare tutta la tecnologia all’estero, rinunciando a far crescere l’R&S «made in Italy», che è strategico, ma ancora «bambino». Perciò, concludo con una piccola morale: non buttiamo la tesi di Bidhé, ma non buttiamo nemmeno il «bambino».
 

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