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L'Informatore Agrario
Sommario rivista Approfondimento
6
 9 - 15 Feb.

  2007
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Attualità POLITICA

L’imbottigliamento divide ancora i vini doc

In zona o fuori, non è una scelta semplice

Diverse denominazioni italiane hanno scelto di dire basta alla possibilità di mettere in bottiglia il vino lontano dalla zona di produzione, ma gli interessi in gioco sono molti e non facili da valutare.


Ci sono temi che ogni tanto ritornano in primo piano, al punto che talvolta ci si chiede: «Ma come, non erano già stati risolti?». Uno di questi è quello dell’obbligo dell’imbottigliamento in zona per i vini a denominazione di origine controllata.
Allo stato attuale vi è circa una decina di denominazioni italiane, quasi tutte le più importanti, che prevedono ancora la possibilità dell’imbottigliamento al di fuori della zona di produzione della denominazione.
Da alcuni anni sono in atto vari tentativi per modificare i disciplinari di produzione al fine di imporre l’imbottigliamento in zona per tutte le doc italiane. In taluni casi questo tentativo è andato a buon fine, in altri non si è ancora arrivati a una definizione, come ad esempio, due doc storiche quali il Soave e il Valpolicella.
Nel primo caso da circa due anni è stata approvata dal Consorzio di tutela, con il sostanziale accordo di tutti i produttori, anche delle grandi cooperative, la norma dell’imbottigliamento all’interno della provincia di Verona.

Zona doc o provincia?

Quello di scegliere la provincia e non l’area precisa della denominazione è una strada che allo stato attuale appare la più percorribile per grandi denominazioni che storicamente hanno una notevole percentuale di prodotto imbottigliato fuori dalla zona della denominazione.
«Da nostre stime – spiega Arturo Stocchetti, presidente del Consorzio di tutela Soave doc – lo sfuso che esce dalla nostra zona di denominazione per essere imbottigliato è di circa il 20% di cui circa il 18% addirittura all’estero. Non poco. E questo determina ovviamente tutta una serie di problematiche anche sul fronte dei controlli. Perché è ovvio che risulta decisamente difficile andare a fare verifiche da imbottigliatori ad Amburgo o Londra».
Ma se a Soave l’accordo sembra in dirittura d’arrivo ed è attesa la risposta definitiva dal Ministero delle politiche agricole, in Valpolicella la discussione è appena iniziata e subito sono emerse le divisioni.
Nel consiglio del Consorzio tutela vini Valpolicella dello scorso 5 febbraio la maggioranza si è espressa a favore dell’imbottigliamento in zona di produzione, quindi in termini ancora più restrittivi rispetto all’imbottigliamento nella provincia di Verona, fatti salvi i diritti acquisiti dagli imbottigliatori. Specificatamente questo diritto si ritiene acquisito per coloro che hanno imbottigliato almeno per due anni, anche non consecutivi, negli ultimi 8. Ma probabilmente quest’ultima questione andrà meglio definita.
La restrizione dell’area di imbottigliamento è un punto estremamente delicato, come ha sottolineato anche il presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro «in quanto vi sono denominazioni la cui economia complessiva dipende ancora molto dall’imbottigliamento fuori zona». «Prima di arrivare, quindi – ha aggiunto Ricci Curbastro – a scelte “integraliste” è bene valutare l’impatto economico che queste possono avere sull’intera denominazione. Per tale ragione noi come Federdoc (la Federazione che raggruppa la maggioranza dei Consorzi di tutela italiani) riteniamo che la situazione di ogni denominazione vada esaminata come caso particolare. Inutile ricordare che dove i controlli funzionano si ridimensiona notevolmente anche il problema dell’imbottigliamento fuori zona».
Interessante anche la posizione su questo tema di Giorgio Pasqua, presidente della sezione vini in seno a Confindustria Verona, il quale sottolinea che se si vuole dare credibilità alle denominazioni di origine bisogna rispettare le regole, anche quelle più scomode. Ma i problemi non finiscono qui. Nel caso si decida per l’imbottigliamento in zona, cosa ne sarà di coloro che hanno diritti acquisiti da tempo?
«È l’aspetto che ci preoccupa di più e che di fatto sta rallentando le decisioni a Roma» sottolinea Stocchetti. «Sarebbe infatti paradossale che si arrivasse a ottenere l’obbligo dell’imbottigliamento in provincia, ma al tempo stesso chi ha diritti acquisiti potesse continuare a imbottigliare Soave a Berlino e Stoccolma. Noi stiamo spingendo perché si definisca un tempo preciso, speriamo breve, di durata massima di questi diritti acquisiti».

Il Tar blocca i controlli piemontesi

Il Tar del Lazio ha accolto il 22 gennaio scorso la domanda di sospensiva avanzata da Federdoc contro il sistema di controlli stabilito dalla Regione, riconoscendo la «sussistenza delle ragioni giustificative» addotte, «in ragione dell’interesse collettivo rappresentato» e considerando validi i «presupposti per accogliere … l’istanza»

Federdoc, a nome e nell’interesse dei 90 Consorzi di tutela vini a denominazione di origine associati, rappresentativi dell’80% della produzione doc italiana, aveva impugnato la delibera della Regione Piemonte n. 21-3886 del 25 settembre 2006 recante «Attivazione del sistema di controllo previsto dall’art. 3 quater della lr 13 maggio 1980 n. 39 su alcuni vini a denominazione di origine controllata», perché in contrasto con le disposizioni nazionali in materia di controlli sui vqprd ( legge 164/92, dm 29 maggio 2001 e provvedimenti successivi) e lesiva degli interessi dei produttori vitivinicoli di altre regioni, al momento impossibilitati a utilizzare analoghi sistemi di garanzia».

«Siamo soddisfatti dell’ordinanza – ha precisato il presidente di Federdoc Ricci Curbastro – perché sancisce il principio sostanziale della competenza dello Stato italiano in materia di tutela delle denominazioni di origine e ristabilisce un ordine nazionale di interventi su una questione delicata».
 

Sommario rivista Fabio Piccoli


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