Da 60 anni la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e
l’agricoltura) è in prima linea nella lotta alla fame che colpisce i Paesi del
Terzo Mondo, quelli dimenticati, dove 852 milioni di persone continuano a non
avere sufficiente cibo per pensare ad un futuro che vada oltre il giorno stesso
e dove oltre 1 miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno.
La Fao viene fondata nel 1945 a Quebec City (Canada) con l’obiettivo di «elevare
i livelli di nutrizione e gli standard di vita... e assicurare il miglioramento
nell’efficienza della produzione e della distribuzione di ogni tipo di alimento
e dei prodotti agricoli». La Fao, per raggiungere questi obiettivi, ha negli
anni contribuito a far aumentare gradatamente la produzione alimentare per
riuscire a soddisfare il fabbisogno della popolazione mondiale, che nel
frattempo si è triplicata. Ma, nonostante i suoi sforzi, dal 1960 ad oggi la
percentuale di persone che nel mondo soffrono la fame è scesa solamente dal 35%
al 13%. Secondo Jacques Diouf, direttore generale della Fao, questa riduzione è
stata sinora troppo lenta, soprattutto nel continente africano, molto più lenta
di quello che servirebbe per raggiungere l’obiettivo che nel 1996 i leader di
186 Paesi si erano prefissati, vale a dire dimezzare il numero di coloro che
soffrono la fame entro il 2015. Questo perché molti Paesi ricchi fanno orecchie
da mercante riguardo a questo scottante problema, senza volersi rendere conto
che è nell’interesse di tutti porre fine alla fame e alla povertà e colmare il
solco che divide i ricchi dai poveri, perché è anche da qui che traggono origine
i fenomeni che minacciano la sicurezza mondiale.
Come ha detto il nostro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
intervenendo il 17 ottobre a Roma alla cerimonia per il 60° anniversario di vita
della Fao,
«una società che spende centinaia di miliardi in armamenti e
consente che ogni anno muoiano di fame cinque milioni di bambini è una società
malata di egoismo e di indifferenza». Occorre perciò fare di più, non
basta indignarsi, e l’Italia – ha aggiunto Carlo Azeglio Ciampi – deve
«sostenere senza riserve gli sforzi della Fao».
Per ridurre la fame nel mondo, secondo la Fao, occorre destinare al settore
agricolo e rurale una quota maggiore dei fondi per gli aiuti allo sviluppo di
quanto non sia stato fatto sinora. La stragrande maggioranza dei poveri del
mondo vive in aree rurali e gli studi dimostrano che
la crescita del
settore agricolo, specialmente se è in mano ai piccoli agricoltori, è il più
potente motore di sviluppo e di creazione di occupazione e reddito per le
popolazioni che vivono in condizioni precarie. Molto interessanti sono
perciò la recente decisione dei Paesi africani di incrementare del 10% la spesa
pubblica da destinare all’agricoltura e allo sviluppo rurale e la promessa fatta
dall’Unione europea di raddoppiare l’assistenza allo sviluppo rurale.
Ma si può fare ancora di più. Secondo il presidente del Brasile, Lula da Silva,
presente a Roma alle celebrazioni della Fao, per ridurre la fame nel mondo
basterebbe dedicarvi un sesto delle sovvenzioni che i Paesi occidentali
destinano ai loro agricoltori ed ha ricordato che
«non può esserci pace in
un mondo in cui qualcuno non ha da mangiare». Parole dense di
significato pronunciate da colui al quale la Fao ha attribuito la «medaglia
agricola» (riconoscimento assegnato anche a Ciampi) per il programma «Fame zero»
che fa sopravvivere 7 milioni di famiglie e che fornisce pasti a 37 milioni di
scolari al di sotto di 14 anni.
Chiudiamo questo articolo dedicato alla Fao e alla lotta alla fame con le parole
di Jacques Diouf, con la speranza che esse non cadano nel vuoto
dell’indifferenza e dell’egoismo:
«Il mondo dispone oggi delle risorse e
del potenziale tecnologico necessari per produrre cibo in quantità sufficiente
non solo per affrontare la crescita della domanda effettiva, ma anche per
eliminare la fame. Spero dunque che sia la saggezza a guidare i leader che
decidono i destini del pianeta e che essa faccia alla fine prevalere la ragione.
Quella ragione che permette di fare delle scelte che superino gli interessi a
breve termine, portatori d’ingiustizia e di ribellione, e che ha al suo centro
l’armonia sociale di un mondo di solidarietà e di pace».